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L’Arte della Gioia — Goliarda Sapienza 31 Ott 2008

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“Beatrice? Ma sua madre…”

“Cavallina, sì, me l’ha messo lei… per varie ragioni. Lei dice che Beatrice non mi sta bene, che papà sbagliò a darmi il nome della Beatrice di Dante. Era troppo perfetta, dice. Ma il fatto è che Dante era il poeta preferito di papà. Ma entriamo, vediamo questa stanza. Vieni…”

Sempre tirandomi per la mano che ora scottava nella sua, apri con sicurezza la porta e io la seguii felice. Proprio come il poeta, avevo anch’io la mia Beatrice con aureola e tutto per affrontare l’inferno che era stato per me questa stanza.

Quando entrai, Beatrice la illuminava talmente con la sua massa di capelli d’oro che quasi mi vergognai di essermene lamentata. Ma lei, dopo essere stata un momento ferma nel centro a fissare il pavimento:

“Certo, non è che sia una bella stanza, però ti posso assicurare che qui non c’è morto nessuno. Nessuno di questi oggetti è legato a disgrazie. No, qui non c’è morto nessuno, anzi prima ci stava una signorina inglese che ci ha lasciato per sposarsi. Purtroppo, perché non solo era molto carina, ma anche bravissima a insegnare. Adesso è un anno che la mamma ne cerca un’altra, ma non ci sono arrivate da Londra che fotografie di donne brutte e vecchie. Solo questo mese ne ho scartate dieci, figurati, le avesse viste la mamma!”

Rideva la mia Beatrice aggirandosi per la stanza, toccando i muri, esaminando le tende. Finché si fermò di scatto, affannata, come se avesse perduto l’equilibrio, eppure non aveva corso. Mi guardò e si fece seria fissandosi l’orlo del vestito. Ecco cos’era: la mia Beatrice non era perfetta come quella del poeta, zoppicava. Vedendo il suo pallore cercai di sorriderle, ma le mie maledette labbra non si volevano muovere. Avrei dovuto escogitare un qualche esercizio per imparare a sorridere.

“Mi sorridi triste triste…” Sì, dovevo escogitare qualche esercizio. “Ma… ti faccio pena?”

Quel ti faccio pena sciolse i nodi della prudenza che mi legavano e mi trovai vicino a lei che quasi l’abbracciavo.

“Ma quale pena, Beatrice, lei è bellissima e anche se…”

“Allora te ne sei accorta? Meno male! Così almeno con te non mi devo sforzare più.”

Grazie a Daniele per la pagina.

Io Uccido — Giorgio Faletti 30 Ott 2008

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Scendendo a piedi verso il porto, Frank vide il capannello di gente ferma a osservare le macchine della polizia e gli uomini in divisa che si affannavano tra le barche attraccate alla banchina. Sentì il suono di una sirena montare piano alle sue spalle. Rallentò leggermente il passo. Tutto quello spiegamento di forze significava qualcosa di più di quanto si poteva vedere, una semplice collisione tra due imbarcazioni.

E poi c’erano i giornalisti. Frank aveva troppa esperienza per non riconoscerli al volo. Si aggiravano fiutando e cercando notizie con una frenesia che solo qualcosa di grosso poteva creare. La sirena, che prima suonava lontana come un presentimento, divenne una realtà.

Due auto della polizia sbucarono veloci dalla Rascasse, costeggiarono il molo e si bloccarono davanti alle transenne. Un agente si affrettò a spostarle per farle passare. Le macchine si fermarono dietro all’ambulanza che era parcheggiata parallela al molo, le portiere posteriori aperte.

A Frank sembrarono le fauci spalancate di una bestia pronta ad ingoiare il suo pasto.

Dalle automobili scesero degli uomini, alcuni in divisa, un paio in borghese. Si diressero verso la poppa di un grosso yacht ormeggiato poco più in là. In piedi davanti alla passerella, Frank vide il commissario Hulot. I nuovi arrivati si fermarono a parlare con lui, per poi salire insieme sul panfilo e passare sul ponte della barca incastrata sbilenca fra le altre due.

Franck girò lentamente intorno alla folla assiepata e si portò a ridosso del muro, sul lato destro del bar. Si trovò in una posizione da cui si poteva vedere comodamente tutta la scena.

Grazie a Franca per la pagina.

La Cattedrale del Mare — Ildefonso Falcones 29 Ott 2008

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“Questo non è un vero e proprio porto. Un porto deve essere riparato, protetto dal mare, mentre quello che dici tu…” Il precettore gesticolò verso il mare aperto che lambiva la spiaggia. “Ascoltate”, disse loro. “Barcellona è sempre stata una città di marinai. Una volta, tanto tempo fa, avevamo un porto, come tutte le città che ha appena citato vostro padre. In epoca romana, le navi si rifugiavano al riparo del mono Taber, più o meno laggiù,” e indicò l’interno della città, “ma poi la terra è avanzata e quell’approdo naturale è sparito anch’esso, e infine il porto di Giacomo I, al riparo di un’altra piccola insenatura naturale, il Puig de les Falsies. Sapete dov’è adesso, il Puig de les Falsies?”

I quattro si scambiarono una rapida occhiata e poi si girarono verso Grau che, con una smorfia furbesca, fingendo di non volersi far vedere dal precettore, indicò il terreno su cui si trovavano.

“Qui?” chiesero i bambini all’unisono.

“Sì,” rispose il precettore. “ci siamo sopra. È scomparso anche quello… E Barcellona è rimasta senza porto, ma all’epoca ormai eravamo marinai, i migliori, e lo siamo ancora, anche senza… un porto.”

“Allora,” intervenne Margarida, “che importanza ha?”

“Questo te lo potrà spiegare meglio tuo padre,” rispose il precettore mentre Grau annuiva.

“Ne ha tanta, tantissima, Margarida. Vedi quella nave?” disse indicando una galera circondata da tante piccole imbarcazioni. “Se avessimo un porto con i suoi moli, quella nave potrebbe scaricare sulle banchine, senza bisogno di tutti quei barcaioli che raccolgono la mercanzia. Inoltre, se adesso scoppiasse un temporale, sarebbe in grave pericolo, dal momento che non sta navigando ed è vicinissima alla spiaggia, e dunque dovrebbe lasciare Barcellona.”

“Perché?” insistette la ragazza.

“Perché lì dov’è non potrebbe affrontare la burrasca e rischierebbe di naufragare. Tanto che secondo le Ordinanze della Marina della Riva di Barcellona è tenuta, in caso di tempesta, ad andarsi a rifugiare nel porto di Salou o di Terragona.”

“Non abbiamo un vero porto,” si lamentò Guinamon, come se si trattasse di un grave difetto personale.

Ben Hur — Lew Wallace 28 Ott 2008

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Mentre l’etiope che guidava il cammello riempiva, dietro ordine della padroncina, una tazza alla fontana, un cigolìo di ruote e uno scalpitar di cavalli ruppero l’incanto suscitato dalla bella straniera. Con grida di allarme il pubblico si disperse per lasciar libero il passo.

“Quel Romano pare voglia investirci” gridò Malluch, spiccando un salto per porsi in salvo.

Ben Hur si volse e vide Messala che, a gran carriera, dirigeva il suo cocchio sulla folla. L’Etiope, paralizzato dal terrore, alzò le mani e il giovane ebreo vedendo il pericolo che correvano l’uomo e la fanciulla seduti sul cammello, si slanciò in avanti e arrestò il cocchio, afferrando i cavalli per il morso.

“Cane di un Romano” gridò “è così che rispetti la vita umana?”

Messala si liberò delle redini, scese, guardò Ben Hur e rivolgendosi al vecchio e alla fanciulla disse: “Scusatemi. Il mio nome è Messala e vi giuro che non vi avevo veduti.” Le sue parole non ebbero risposta e la giovane donna pregò Ben Hur di riempirle la coppa alla fontana. Allora Messala continuò arditamente: “Sei bella, straniera! Se nel frattempo Apollo non ti rapirà mi rivedrai.” Risalì sul carro e in quel momento i suoi occhi si incrociarono con quelli di Ben Hur: negli occhi dell’Ebreo brillava la collera, in quelli del Romano un’ironia beffarda.

La fanciulla, dopo aver bevuto, offrì la coppa a Ben Hur dicendo: “Tienila! È piena di benedizioni per te.”

Il cammello fu fatto alzare e stava per muoversi quando il vecchio chiamò Ben Hur: “Io sono Baldassarre l’Egiziano e ti benedico nel nome di Dio. Tu oggi hai reso un grande servizio a uno straniero. Noi siamo ospiti dello sceicco Ilderim nel grande Orto delle Palme. Se verrai, sarai il benvenuto.

Ben Hur si allontanò con Malluch e obbedendo ad un impulso più forte della sua volontà gli raccontò la sua storia e il buon Malloch, commosso, sentì che da quel momento avrebbe servito quel giovane coraggioso e infelice con tutto il cuore e con tutta la devozione possibile.

Ben Hur gli chiese: “Conosci lo sceicco Ilderim?”

“Sì”

“Dove si trova l’Orto delle Palme e a che distanza è dal villaggio di Dafne?”

“Con un buon cammello lo si può raggiungere in un’ora.”

“Grazie. E puoi dirmi quando avrà luogo la corsa delle quadrighe?”

“Fra sei giorni.”

“Il tempo è poco, Malluch, ma mi basta. Riprenderò le redini. Però, un momento! Come posso essere sicuro che Messala sarà tra i concorrenti?”

Con un sorriso di approvazione, Malluch rispose: “Non temere, Messala correrà. Ogni giorno viene qui ad esercitarsi.”

“Grazie, buon Malluch. Lotterò contro Messala e lo umilierò: farò correre i cavalli dello sceicco Ilderim.”

Durante — Andrea De Carlo 27 Ott 2008

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“È tutta una tattica” ho detto.

“Una tattica, bravo” ha detto Giovanna Ceriard, faceva, di sì con la testa. “Ha ragione Pietro.”

“Pietro non lo conosce per niente” ha detto Astrid. “L’ha visto due volte.”

“Esattamente come te” ho detto.

“Be’, a me basta per sapere che non è affatto una lenza” ha detto lei. “Al contrario, è una delle persone più sincere che ho mai incontrato.”

“Caspita!” ha detto Richi Ceriani.

“Perché dice cose sgradevoli in faccia alla gente?” ho detto. “A me quella sembra villania, più che sincerità.”

“Non dice cose sgradevoli” ha detto Astrid. “Dice la verità.”

“La sua verità” ho detto.

“Dice quello che pensa, va bene?” ha detto Astrid. “Invece di nascondersi dietro ipocrisie e falsità come tutti.”

“Sembra che tu lo conosca da una vita” ho detto, spiazzata dalla convinzione della sua voce.

“Anche Stefania continuava con ‘sta storia del sincero” ha detto Paolina Ronco. “Mi fa, ‘Non è materialmente capace di dire una bugia’, dico sì, sì, figurati.”

“Una specie di santo, insomma” ha detto Richi Ceriani, rideva.

“La Stefania Livi se la giostra come vuole, il Durante” ha detto Nino Sulla, ridacchiante anche lui.

“Si giostra la Livi, e anche la Morlacchi” ha detto Giovanna Ceriani, con la sua voce stridente.

“Anche la Morlacchi?” ha detto Paolina Ronco. “Ecco perché! L’ho incontrata ieri mattina al mercato, era tutta pimpante. Su di giri da far paura.”

“Si veste in un completivamente autra manera” ha detto Stella Orbinsky.

“Fanno a gara, le due” ha detto Nino Sulla.

“Hai capito” ha detto Richi Ceriani. “Il cavaliere solitario.”

Guardavo Astrid a intermittenza, e mi sembrava incredibilmente contrariata.

L’Informazione — Martin Amis 24 Ott 2008

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Gina era ancora bella, era ancora conturbante, era ancora persino (bisognava rendergliene atto)… porca. Ma aveva fatto un chiaro passo verso l’altra sponda.

“Pensavo di tirare le somme,” disse. “È passato un anno.”

“Da quando?”

“Un anno esatto. Stesso giorno.” Gina guardò l’orologio. “Stessa ora.”

Sollievo e comprensione giunsero insieme. “Ah, sì.” Richard aveva temuto che fosse in ballo il loro matrimonio. “Ci sono,” disse.

Ricordava bene. Una notte d’estate afosa e inquinata, che invocava a gran voce un temporale, proprio come questa. Una sortita a tarda notte dallo studio, in cerca di qualcosa da bere, proprio come questa. Probabilmente un paio di differenze c’erano. Forse la cucina aveva un aspetto un po’ più luminoso,. Forse c’era in giro qualche giocattolo in più. Forse Gina sembrava uno o due giorni più giovane, allora, e sicuramente non una donna adulta. E forse Richard aveva un aspetto un po’ meno merdoso di adesso.

Quella volta, l’anno prima, era reduce da una pessima settimana: l’esordio di Gwyn Barry nella classifica dei libri più venduti; lo scapaccione a Marco; Anstice; e altro ancora.

Questa volta era reduce da un pessimo anno.

“Mi ricordo.”

 

Ricordava bene. Una anno prima, stessa ora, e Gina che diceva:

“Quante ore al giorno dedichi ai tuoi romanzi?”

“Come?” Quante ore?” Aveva detto Richard, con la testa ficcata dentro l’armadio delle bottiglie. “Non so, dipende…”

“Di solito è la prima cosa che fai alla mattina, no? Tranne la domenica. Quante ore, in media? Due? Tre?”

Richard aveva capito che cosa gli ricordava, lontanamente, quell’interrogatorio: un’intervista. Gina era seduta davanti a lui dall’altra parte del tavolo, con la penna, il taccuino e la tazza di tè verde. Presto gli avrebbe chiesto se attingeva il suo materiale da esperienze vere  o dal crogiolo della fantasia, come sceglieva i soggetti e i temi, e se usava il calcolatore. Be’, forse; ma prima gli aveva chiesto:

“Quanti soldi ti hanno reso? I tuoi romanzi. In tutta la tua vita.”