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L’occhio del Mondo — Robert Jordan 28 Nov 2008

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Rand e gli altri ridacchiarono all’idea. C’erano tre motivi per cui nessuno veniva nelle terre dei Fiumi Gemelli se non da settentrione, passando da Taren Ferry. Le Montagne di Nebbia, a ponente, erano il primo motivo; l’Acquitrino bloccava con uguale efficacia la via orientale; a meridione c’era il fiume Bianco, che doveva il nome al modo in cui rocce e macigni facevano ribollire l’acqua in vortici di spuma. E al di là del fiume c’era la Foresta delle Ombre. Poca gente dei Fiumi Gemelli aveva attraversato il fiume Bianco e meno ancora era tornata, ma in genere si riteneva che la Foresta delle Ombre si estendesse a meridione per centinaia di miglia, senza strade né villaggi, ma con abbondanza di lupi e di orsi.

“Quindi siamo a posto” disse Mat. Parve un po’ deluso.

“Non proprio” replicò Tam. “Dopodomani mandiamo degli uomini a Deven Ride e a Watch Hill, e anche a Taren Ferry, per montare la guardia. Cavalieri lungo il Bianco e il Taren, pattuglie fra i due fiumi. Ho proposto che partissero oggi stesso, ma solo il sindaco era d’accordo con me. Gli altri non se la sentono di chiedere a una squadra di passare Bel Tine cavalcando fra i Fiumi Gemelli.”

“Non hai detto che non abbiamo niente da temere?” obiettò Perrin.

“Ho detto che non dovevamo preoccuparci, ragazzo. Non è la stessa cosa. Ho visto gente morire, per troppa sicurezza. E poi, lo scontro farà muovere gente di tutti i tipi. La maggior parte cercherà solo di mettersi al sicuro, ma altri vorranno approfittare della confusione. Ai primi daremo una mano, ma dobbiamo essere pronti a mandare per la loro strada gli altri.”

“Non possiamo partecipare anche noi?” disse Mat, all’improvviso. “Io, almeno, ci andrei. So cavalcare bene come chiunque.”

“Vuoi alcune settimane di freddo, di noia e di sonno all’aperto?” ridacchiò Tam. “È facile che tutto si riduca a questo. Me lo auguro, almeno. Siamo molto lontano dalle strade battute, anche per i profughi. Ma se hai preso la decisione, puoi parlarne a mastro al’Vere. Rand, è ora di tornare alla fattoria.”

Sorpreso, Rand trasalì. “Credevo che ci saremmo fermati per la Notte d’Inverno.”

“Ci sono lavori da fare, alla fattoria, e mi serve il tuo aiuto.”

“Ma non è necessario partire subito. E poi anch’io voglio offrirmi volontario per le pattuglie.”

“Partiamo adesso” replicò suo padre, in un tono che non ammetteva discussioni.

Grazie a Elisa per la pagina.

Al Faro — Virginia Woolf 27 Nov 2008

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Un profondo rispetto unito a pietà, e gratitudine, perfino; allo stesso modo, un  palo ficcato sul fondo di un canale, su cui si poggiano i gabbiani e contro cui sbattono le onde, ispira un sentimento di gratitudine a un’allegra comitiva di canottieri, per il compito che assolve di stare lì, solo, tra i flutti, a indicare la profondità del canale.

“Ma il padre di otto figli non ha scelta…” mormorò a mezza voce, poi si interruppe, si volto, sospirò, sollevò gli occhi al cielo e cercò la figura della moglie, che leggeva le fiabe al bambino. Caricò la pipa. Si distolse dalla visione dell’ignoranza umana, del fato, e del mare che corrode il terreno che ci sorregge, cose che se fosse stato capace di fissarle davvero avrebbero potuto condurlo da qualche parte, e trovò consolazione in sciocchezze così infime, paragonate al tema solenne che gli stava di fronte, che era disposto a trascurare quel conforto, a sconfessarlo, come se venire sorpreso felice in quel mondo di miseria fosse per un uomo onesto il più deplorevole dei crimini. Era vero: era, nel complesso, felice. C’era sua moglie. C’erano i figli; tra un mese e mezzo aveva promesso che avrebbe detto agli studenti di Cardiff qualche “sciocchezza” su Locke, Hume e Berkeley, e le cause della rivoluzione francese. Ma questo è il piacere che derivava da questo, dalle frasi che avrebbe pronunciato, dall’ardore dei giovani, dalla bellezza di sua moglie, dai tributi di ammirazione che gli venivano da Swansea, Cardiff, Exeter, Southampton, Kidderminster,  Oxford, Cambridge – tutto questo piacere lo disprezzava e lo dissimulava con le parole “che sciocchezze”;  perché, in effetti, non aveva fatto ciò che doveva. Era un trucco. Era l’alibi di un uomo che aveva paura di confessare i propri sentimenti, e non poteva dire, è questo che mi piace, questo sono io. Un uomo da compatire, sgradito a William Bankes e Lily Briscoe, i quali si domandavano perché tale dissimulazione fosse necessaria, perché avesse bisogno sempre di lodi, perché un uomo tanto ardito nel pensiero, fosse poi così vigliacco nella vita, per quale strano motivo fosse insieme così autorevole e così ridicolo.

Insegnare a predicare sono atti superiori alle capacità umane, sospettava Lily. (Intanto metteva via i suoi attrezzi.) se uno si fa portare così in alto, finisce per cadere. La signora Ramsay gli dava con troppa facilità ciò che lui chiedeva.

Grazie ad Angela per la pagina.

Passaggio in Ombra — Mariateresa Di Lascia 26 Nov 2008

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Passaggio in Ombra

Sfuggendo ai controlli di donna Peppina – che era contraria perché potevano farmi il malocchio – e con la complicità di mio padre, che l’appoggiava sempre nei suoi desideri, Giuppina mi portava nelle case delle sue commarelle perché mi conoscessero assieme ai loro figli. Assistevo così all’apparizione di bambini sudici e moccolosi che venivano fuori da ogni angolo della strada, richiamati dagli appelli delle loro madri, e che si presentavano a lei come folletti veloci.

“Buongiorno commà,” ripetevano con le voci un poco arrochite dalla timidezza, e lei li acchiappava a volo, mentre tentavano di sgusciare via dopo avere compiuto il loro dovere. Giuppina li tratteneva nelle braccia e distribuiva baci rumorosi a destra e a manca. Poi soffiava il naso al meno lesto di loro, il quale non protestava per timore dei suoi morsi amorosi.

Io, che ero vestita con abiti puliti e ordinati e avevo un grosso fiocco sulla testa, mi sentivo, al loro confronto, una principessa.

Mai il mio amico Maurino aveva avuto una faccia tanto sporca, né le sue mani erano state così nere; neanche quando la Befana gli aveva portato il carbone, e lui aveva pianto sconsolatamente con la scusa che si era sporcato tutto. Guardavo con timore le mani che Giuppina voleva che toccassi, e ancor più guardavo con ribrezzo quelle faccette impiastricciate che voleva che baciassi. Ma Giuppina non ammetteva rifiuti, ed ero costretta ad avvicinare le mie guance a quelle dei suoi protetti. Ne traevo un sentimento di ribellione che mi faceva diventare capricciosa ed esigente.

Perciò iniziavo una lagna – io che non lo facevo mai – quasi volessi essere ripagata per lo sforzo a cui ero stata obbligata e mi mostravo incontentabile per ogni cosa, fino a quando Giuppina non mi portava a casa e mi metteva un certo profumo di violette che mi piaceva molto. Solo allora, consolata dall’aroma di fiori, mi riconciliavo con la vita e con Giuppina, che mi strapazzava di baci e mi diceva sul viso : “Ah, tu sei fanaticuccia…”.

Un giorno in cui mio padre era andato a fare i documenti per il consorzio agrario e nonna Peppina faceva il sonno pomeridiano, Giuppina e io uscimmo in gran segretezza per andare a fare la nostra passeggiata. Percorremmo di corsa le stradine dove solitamente chiamava a raccolta i suoi comparielli, e rispondemmo con un’allegria esagerata ai saluti che ci accompagnavano dalle finestre e dalle porte. “Buongiorno commare Bianca!” Gridava Giuppina. Eppoi, senza prendere fiato: “Corri Chiara, corri che ce la facciamo!”.

Cosa dovessimo fare non lo sapevo, e tuttavia, presa dalla frenesia di quella corsa senza ragioni, mi abbandonavo con voluttà e a mia volta gridavo: “Sì, sì, corriamo!”

Giro di Vite — Henry James 25 Nov 2008

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Le avevo già lasciato capire la poca speranza che avevo, a dispetto della sua intensa partecipazione, di trasmetterle l’emozione che mi aveva dato la magnifica trovata con cui, quando fummo rientrati, il bambino aveva risposto alla mia sfida, finalmente espressa in modo chiaro. Non appena ero comparsa al chiaro di luna sulla terrazza, mi era venuto incontro senza esitare; allora, senza una parola, lo avevo preso per mano e lo avevo guidato, al buio, su per quella scala dove Quint aveva vagato, bramoso di lui, e lungo il corridoio in cui avevo ascoltato e tremato, sino alla sua camera deserta.
Non una parola, cammin facendo, era stata scambiata tra di noi, ed io mi chiedevo — oh come me lo chiedevo! — se stesse frugando nella sua piccola mente per trovare una spiegazione plausibile e non troppo grottesca. Avrebbe certamente dovuto lambiccarsi il cervello, ed io stavolta provai, al pensiero del suo possibile imbarazzo, un curioso senso di trionfo. Che trappola ingegnosa per l’imperscrutabile! Non avrebbe più potuto esibire il suo finto candore; allora, come diavolo se la sarebbe cavata? In verità, col palpito emozionante di questa domanda, pulsava in me anche il silenzioso interrogativo di sapere come diavolo avrei fatto io.
Mi trovavo insomma costretta ad affrontare, come non mai, tutto il rischio connesso, persino ora, al risuonare della mia spaventosa nota. Ricordo, infatti, che, entrando nella sua cameretta, dove il letto era ancora intatto, e la finestra spalancata ai raggi della luna diffondeva una luce così chiara che non c’era bisogno di accendere nemmeno un fiammifero… ricordo, dicevo, che di colpo mi sentii venir meno, e mi lasciai cadere sulla sponda del letto sopraffatta dall’idea che egli, ormai, doveva sapere fino a che punto, come si suol dire, mi “aveva in pugno”. Armato della sua intelligenza, poteva fare ciò che gli piaceva, sinché avessi continuato ad alimentare quella vecchia tradizione che vuole i maestri colpevoli di instillare nei giovani superstizioni e paure. Mi aveva dvvero in pugno, e in un pugno di ferro; perchè, chi mi avrebbe mai assolta, chi mi avrebbe salvato dalla forca, se col più lieve tremito di una proposta, fossi stata io la prima ad introdurre nel nostro perfetto rapporto un elemento così ripugnante?

Grazie a Eleonora per la pagina.

Il Gioco dell’Angelo — Carlos Ruiz Zafón 24 Nov 2008

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Era una giornata di caldo insolito per quella stagione e potevo sentire nella brezza il profumo dei pini e delle ginestre che punteggiavano i fianchi della montagna. Imboccai avenida Pearson, dove si iniziava già a edificare, e ben presto scorsi l’inconfondibile profilo di Villa Helius. Mentre salivo e mi avvicinavo, riuscii a scorgere Vidal che assaporava una sigaretta seduto alla finestra del suo torrione in maniche di camicia. Si sentiva una musica che fluttuava nell’aria e ricordai che Vidal era uno dei pochi privilegiati che possedevano un apparecchio radiofonico. Come doveva apparire bella la via da lassù, e che poca cosa dovevo sembrare io.

Lo salutai con la mani e lui ricambiò il saluto, Arrivato alla villa mi imbattei nell’autista, Manuel, che andava verso i garage con un mucchio di stracci e un secchio di d’acqua fumante.

“È un piacere vederla da questa parti, Martìn” disse. “Come va la vita? Sempre sulla cresta dell’onda?”

“Si fa quel che si può” risposi.”

“Non sia modesto, perfino mia figlia si legge quelle avventure che pubblica sul giornale.”

Deglutii, sorpreso dal fatto che la figlia dell’autista non solo sapeva della mia esistenza, ma aveva addirittura letto qualcuna delle sciocchezze che scrivevo.

“Cristina?”

“Non ne ho altre” replicò Don Miguel. “Il signore è nel suo studio se vuole salire.”

Ringraziai annuendo e m’infilai in casa. Salii fino al torrione del terzo piano che s’innalzava sul tetto ondulato di tegole policrome. Vidal era lì, in quello studio da cui si vedevano la città e il mare in lontananza.

Grazie a Klytia per la pagina.

Il Club dei Filosofi Dilettanti — Alexander McCall Smith 21 Nov 2008

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Ovviamente non tutte le bugie sono riprovevoli, un altro dei punti su cui, secondo Isabel, Kant si sbagliava. Una delle cose più ridicole che il filosofo avesse mai detto era che è nostro dovere dire la verità all’assassino a caccia della sua vittima. Se viene a bussare alla porta chiedendo “È in casa?”, bisogna rispondere la verità, anche se così si condanna a morte un innocente. Che cosa insensata. Se lo ricordava a memoria, quel brano così offensivo: “La veridicità in dichiarazioni cui non ci si possa sottrarre è un dovere formale dell’uomo nei confronti di tutti, anche qualora ciò sia fonte, per sé o per un altro, di grandi svantaggi”. Non stupisce che Benjamin Constant si sia sentito offeso da questo ragionamento, anche se Kant gli aveva risposto — in modo assai poco convincente — che l’assassino poteva essere catturato prima che agisse in base alle informazioni ricavate dalla nostra risposta sincera.

La soluzione migliore era che mentire era sbagliato in generale, ma che alcune circostanze accuratamente selezionate facevano eccezione e in quei casi era accettabile non dire la verità. Esistevano, dunque, bugie buone e cattive e le prime si potevano pronunciare a fin di bene, per esempio per evitare di ferire qualcuno. Se ci veniva richiesto un parere su un nuovo acquisto di pessimo gusto, per dirne una, con una risposta sincera si rischiava di ferire l’altro, rovinandogli il piacere di quella novità tanto agognata. Perciò si mentiva e si lodava l’oggetto in questione. Era sicuramente la cosa migliore da fare. Ma era proprio così? Forse le cose non erano tanto semplici. Se ci si abituava a mentire in casi del genere allora il discrimine tra vero e falso cominciava a confondersi.

Isabel meditava di affrontare l’argomento nei dettagli, prima o poi, e scriverci un saggio. L’avrebbe intitolato “Lode dell’ipocrisia” e l’incipit poteva recitare così: “Dare a una persona dell’ipocrita comporta di solito un giudizio morale negativo. Ma l’ipocrisia è sempre inevitabilmente sbagliata? Ci sono ipocriti che meritano alta considerazione…”

Grazie a Gurina per la pagina.