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Con gli Occhi del Nemico — David Grossman 31 Dic 2008

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Oggi come oggi, la quotidianità israeliana abita per lo più nei territori brutali, primitivi e incolti del terrorismo. Una violenza bestiale scatta contro gli israeliani e una violenza non meno bestiale scoppia dentro di loro contro i palestinesi. Essere israeliani significa attualmente vivere in larga misura con una sensazione di smarrimento e di smembramento, in tutti i sensi: lo smembramento del corpo individuale, personale, la cui fragilità viene continuamente esibita, e lo smembramento del corpo pubblico, sociale. Delle profonde spaccature si sono aperte in questi ultimi anni nei diversi organi statali nella legalità e nell’amministrazione della giustizia, nella fiducia riposta nell’esercito e nella polizia e in quella che l’opinione pubblica nutre nei suoi leader, nella loro onestà personale e pubblica.
Da un sondaggio svoltosi all’inizio del 2004 è risultato che l’opinione pubblica non crede che Israele sia in grado di assicurare alla propria giovane generazione un futuro migliore; circa un quarto degli interpellati ha dichiarato che sta seriamente valutando l’ipotesi di lasciare il paese. Ogni settimana centinaia di israeliani si schierano davanti all’ambasciata polacca di Tel Aviv per chiedere la cittadinanza. Pensate alla tremenda ironia di tutto ciò: nientemeno che la Polonia!

Grazie a Cecilia per la pagina.

Emma — Jane Austen 30 Dic 2008

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Fino a quest’anno ogni lunga vacanza dall’epoca del loro matrimonio era stata divisa tra Hartfield e l’Abbazia di Donwell; ma tutte le vacanze di quell’autunno erano state dedicate ai bagni di mare dei bambini, sicché parecchi mesi erano trascorsi da quando essi non erano stati visti in modo regolare dai loro parenti nel Surrey, o visti affatto da Mr. Woodhouse, che non poteva venir persuaso a recarsi fino a Londra, neanche per via della povera Isabella, e che di conseguenza era adesso quanto mai nervoso e apprensivo nella sua felicità per questa attesa visita troppo breve.
Egli pensava parecchio ai pericoli del viaggio per lei e non poco alle fatiche dei propri cavalli e del proprio cocchiere che doveva trasportare alcuni degli ospiti per il secondo tratto di strada; ma i suoi allarmi risultarono inutili, ché le sedici miglia furono felicemente percorse, e Mr e Mrs John Knightley, i loro cinque bambini e un congruo numero di bambinaie, raggiunsero tutti Hartfield sani e salvi. Il trambusto e la gioia di un tale arrivo, la quantità di gente a cui c’era da parlare, da dare il benvenuto, che doveva essere incoraggiata e distribuita in varie parti e sistemata, produssero un rumore e una confusione che i suoi nervi non avrebbero potuto sopportare per nessun’altra causa, né tollerare molto più a lungo anche per questa; ma le abitudini di Hartfield e i sentimenti del padre erano talmente rispettati da Mrs John Knightley, che (malgrado la sollecitudine materna per l’immediato godimento dei piccoli, e perché essi avessero subito tutta la libertà e l’attenzione, tutto il mangiare e tutto il bere, e il sonno e il gioco che essi potessero desiderare, senza il minimo indugio) a codesti bambini non era mai consentito che recassero a lui disturbo per molto tempo, o per loro medesimi o per qualche servizio movimentato che essi richiedessero.
Mrs John Knightley era una donnina graziosa ed elegante, di maniere gentili e calme, e d’indole assai amabile ed affettuosa; tutta presa dalla sua famiglia; moglie devota, madre adorante, sì teneramente attaccata al padre e alla sorella che, non fosse stato per questi vincoli più alti, un amore più caldo sarebbe sembrato impossibile. Essa non poteva vedere difetti in nessuno di loro. Non era una donna di robusto intelletto o dotata di prontezza; e con questo tratto simile al padre, ereditava anche molto della sua costituzione; era delicata di salute, troppo preoccupata di quella dei figli, aveva molti timori e molte trepidazioni, ed era così affezionata al suo Mr Wingfield a Londra quanto il padre poteva esserlo a Mr Perry. Erano simili, anche, in una generale bonarietà e in un’inveterata abitudine di riguardo verso ogni vecchia conoscenza.
Mr John Knightley era un uomo alto, distinto e molto bravo; aveva fatto carriera nella sua professione, era amante della casa e pieno d’onorabilità nella sua vita privata; ma con maniere riservate che gli impedivano di piacere a tutti; e capace d’essere talvolta di cattivo umore. Non era un uomo di carattere difficile, né sì spesso irritato senza ragione da meritare tal rimprovero; ma il suo carattere non era la sua grande perfezione; e invero, con una moglie che l’idolatrava a quel modo, non era possibile che i naturali difetti di quel carattere non dovessero accentuarsi.

Grazie a Eleonora per la pagina.

Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte — Mark Haddon 29 Dic 2008

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Quella però non fu davvero la fine del libro perché cinque giorni dopo vidi 5 auto rosse una di seguito all’altra, che avrebbero trasformato quella giornata in una Giornata Straordinaria; sapevo che stava per succedere qualcosa di speciale. A scuola tutto tranquillo, quindi era dopo che sarebbe successo. Tornato a casa andai nel negozio in fondo alla strada a comprare un laccio di liquirizia e un Milky Bar con gli spiccioli che avevo in tasca.
Dopo aver preso il laccio di liquirizia e il Milky Bar mi girai e vidi nel negozio la signora Alexander, la vecchia signora che abitava al numero 39. Quel giorno non portava i jeans. Indossava un vestito normale come quelli che si mettono le signore anziane. Sapeva di cibo appena cucinato.
“Cosa ti è successo l’altro giorno?” mi chiese.
“Che giorno?”
“Sono uscita e tu non c’eri più. Ho dovuto mangiarmi tutti i biscotti da sola.”
“Sono andato via,” risposi.
“Questo l’avevo capito.”
“Pensavo che avrebbe chiamato la polizia,”  dissi.
“Perché mai avrei dovuto chiamare la polizia?”
“Perché stavo ficcando il naso negli affari degli altri e mio padre mi ha ordinato di smetterla di fare indagini sulla morte di Wellington. E un poliziotto mi ha dato una diffida e se per caso mi metto di nuovo nei guai sarà ancora peggio.”

Grazie a Daniele per la pagina.

La principessa che credeva nelle favole — Marcia Grad 24 Dic 2008

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Il giorno in cui la Kingdom Publishing, la reale casa editrice, pubblicò Il libro di ricette naturali della famiglia reale, il principe chiese alla sua graziosa consorte di autografarne decine di copie che distribuì poi con orgoglio ai colleghi dell’ambasciata e ai membri del Comitato reale delle lamentele. Ne regalò alcune anche al suo scudiero, al cocchiere e all’uomo che consegnava il ghiaccio. Ben presto perse ogni entusiasmo, e si stancò di girare le librerie per la presentazione del libro: Victoria firmava montagne di autografi ed era sempre circondata da gente che le faceva mille moine. Ciò che gli dava ancora più fastidio era il fatto che in occasione degli eventi mondani a cui partecipavano, la gente si dedicava completamente a Victoria, e a lui risultava quasi impossibile raccontare le solite barzellette o eseguire il suo consueto numero “Infanzia a palazzo”.
Per la giovane donna tutta quella gloria si rivelò dolce e al tempo stesso amara; preoccupata per il marito, riteneva che trovare il modo di aiutarlo fosse la sua priorità assoluta.

Grazie a Filomena per la pagina.

La Ciociara — Alberto Moravia 23 Dic 2008

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La ciociaraIl figlio forse pensando che ero una contadina e non valeva la pena di sprecare parole con me, si avviò anche lui, come gli altri, verso la tavola.
Che tavolata! Me ne ricorderò finché campo, un po’ per le stranezze del luogo e anche un po’ per l’abbondanza. La stranezza: una tavola lunga e stretta , sulla macera lunga e stretta ; sotto di noi la scalinata gigante delle macere giù giù fino alla valle di Fondi ; intorno a noi la montagna; e sopra di noi il cielo azzurro, illuminato dal sole di settembre, dolce e caldo. E, sulla tavola, l’abbondanza: piatti di salame e di prosciutto, formaggi di montagna, pagnotte fatte in casa, fresche scricchianti, sottaceti,uova sode e burro, e la minestra di pasta e fagioli in certi piattoni colmi fino all’orlo, che ,via via ,la figlia , la madre e la moglie di Filippo portavano in tavola uscendo l’una dopo l’altra dalla capanna dove cucinavano. C’era anche il vino, in fiaschi, e c ‘era perfino una bottiglia di cognac. Insomma nessuno avrebbe potuto pensare che a valle c’era la carestia e un uovo costava otto lire e a Roma la gente moriva di fame. Filippo girava intorno alla tavola fregandosi le mani, la faccia luccicante di soddisfazione. Ripeteva: “Mangiamo e beviamo… tanto poi vengono gli inglesi e torna l’abbondanza”. Dove, poi,lui avesse pescato quest’idea che gli inglesi avrebbero portato l’abbondanza, non saprei dire. Ma lassù tutti ci credevano e non facevano che dirselo l’un con l’altro. Credo questa convinzione venisse loro dalla radio dove,come mi dicevano, c’era un inglese che parlava l’italiano come un italiano, il quale faceva la propaganda ripetendo, appunto, ogni giorno, che una volta arrivati gli inglesi, avremmo tutti nuotato nella grascia.
Basta, una volta scodellata la minestra, ci mettemmo a tavola. In quanti eravamo ? C’era Filippo con la moglie, e i due figli; c’era Paride, con la moglie Luisa, una piccola bionda dai capelli crespi e dagli occhi celesti, con l’espressione sorniona, e il loro bambino Donato; c’era Tommasino con la moglie, una donna lunga e magra dalla faccia paffuta e arcigna, e la figlia che anche lei ci aveva la faccia cavallina della madre, ma dolce , con gli occhi neri e buoni: c’erano quattro o cinque uomini, malvestiti con la barba lunga che, a quanto capii, erano gente di Fondi, sfollati lassù e stavano sempre attorno a Filippo come al loro capo riconosciuto.

Grazie a Stefano per la pagina.

La Storia di un Matrimonio — Andrew Sean Greer 22 Dic 2008

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Andavo a trovare Holland in quella prigione tappezzata di carta di giornale un paio di volte la settimana, con gli spartiti in mano. Sua madre rimaneva di sotto da sola, a suonare il piano da due soldi su cui in teoria prendevo lezioni — Rock of Ages all’infinito — e io andavo di sopra da suo figlio. Nascosti fra gli spartiti portavo sempre dei libri: devo aver preso in prestito tutta la biblioteca. E li leggevamo insieme, in silenzio o bisbigliando, finché per me non arrivava di nuovo l’ora di uscire sotto la strana, abbagliante luce del sole che tu non vedevi mai.
Ho fissato nella mente ogni angolo della tua stanza. È naturale, ero una ragazza innamorata: il lazo che pendeva come un serpente vicino alla finestra; il letto di metallo dipinto di un bianco asettico, infossato come la branda di una cella; la statua senza ombra di un indiano a cavallo; la giacca color ruggine che prendevo in prestito nei pomeriggi freschi. E ho fissato anche il tuo viso in quella luce incerta, e il sorriso che ti illuminava appena mi vedevi; la tua sagoma muta davanti alla tenda abbassata: le spalle larghe, le gambe magre e i capelli troppo lunghi. E il modo in cui mi dicevi ciao muovendo solo le labbra e mi facevi cenno di sedermi vicino a te. Avevo affidato la tua stanza alla memoria; mi dicevo che così, nei giorni di nubi cupe, avrei potuto attraversare quel buio asfittico come giocando a moscacieca. In realtà era per poter chiudere gli occhi la sera, nel mio letto, e immaginare di stare insieme nella tua tana silenziosa. Ardevo di amore per te come un campo in fiamme.
E tu mi amavi? Era difficile non chiederselo in quelle notti, dopo la visita di Buzz Drumer. Qualche genere di amore lo provavi, immagino: l’amore che il leone sente per il domatore, o una moneta per la tasca. Ma non l’amore che avevo sperato.

Grazie a Furba per la pagina.