Il Più Grande Uomo Scimmia del Pleistocene — Roy Lewis 27 Feb 2009
Posted by ctbk in Pagina 69.add a comment
Dobbiamo ancora pensare tantissimo, imparare tantissimo e progredire tantissimo. Non dobbiamo sederci, sarebbe un rischio. Perciò vi chiedo: quale sarà il prossimo passo?”.
“C’è da masticare un sacco di roba” disse la mamma. “Se non lo finiamo subito, questo elefante diventerà assolutamente immangiabile”.
“Non hai torto, cara” ammise papà, prendendo un costolone. “Anzi, forse hai centrato il cuore del problema. Ci sto pensando da un po’. Grosso modo, ho calcolato che noi passiamo un terzo del nostro tempo a dormire, un terzo a procurarci la carne e tutto il terzo rimanente a masticarla. Eppure il tempo che dedichiamo ai pasti sembra non bastare mai. Ultimamente i miei bruciori di stomaco si sono aggravati. Ciò non fa che confermare il mio ragionamento. Se la routine quotidiana ci impegna tanto, come facciamo a pensare? Anche per quello ci vuole tempo, e non serve obiettare che masticando si rimugina; non è affatto vero, o comunque non è vero quando si deve masticare come facciamo noi. Per allargare la mente e contemplare con più calma e distacco i nostri obiettivi, abbiamo bisogno di dare requie al lavorìo delle mandibole. Senza un certo agio e una certa tranquillità non può esserci lavoro creativo, né cultura, né civiltà”.
“Che cos’è la cultura, papà?” chiese Oswald, con la bocca piena di carne di elefante.
“Ma che bella domanda!” replicò sarcastico papà. “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!”.
“Fin dove dobbiamo spingerci, papà?” domandai io. “Pensavo che stessimo già più che bene”.
“Sciocchezze” sbuffò papà. “Stiamo bene? Fra poco avrai il coraggio di affermare che ci siamo perfettamente adattati all’ambiente. È ciò che dicono tutti quelli che si sono stancati di evolvere; sono le ultime parole famose dello specialista, prima che sopraggiunga a mangiarselo uno specialista ancora più specializzato.
Grazie a Mastrangelina per la pagina.
Il Petalo Cremisi e il Bianco — Michel Faber 26 Feb 2009
Posted by ctbk in Pagina 69.add a comment
Pochi minuti dopo, non lontano da Trafalgar Square, William Rackham passa davanti a una pasticceria, e a quel punto pensa che potrebbe anche concedersi una piccola golosità.
In realtà, se desidera pranzare, farebbe meglio ad avviarsi verso l’Albion o il London o il Wellington, dove i suoi vecchi compagni di scuola sono probabilmente seduti in questo preciso momento, ad accendersi il primo sigaro della giornata… sempre che non siano ancora addormentati tra le braccia delle loro amanti. Ma William non è in vena di andare in posti del genere. Allo stesso tempo teme che se mangia un pasticcino in Trafalgar Square, una conoscenza importante potrebbe notarlo e decidere di evitarlo per sempre.
Ah, essere ancora uno studente spensierato! Possibile che siano passati dodici anni da quando si produceva in ogni sorta di stramberie in compagnia di quegli scavezzacollo dei suoi compagni, e senza che nessuno dubitasse del suo rango? Non frequentava forse i pub, quelli dove vanno gli operai, senza pareti divisorie tra le classi, dove beveva fino a rimbecillirsi tra vecchie sdentate e ubriaconi? Non comprava forse ostriche dai chioschi per strada ingollandole in un boccone? Non ammiccava sfacciatamente alle matrone a passeggio al solo scopo di scandalizzarle? Non cantava canzoncine sconce, con una voce da baritono più profonda e potente di tutti i suoi amici, ballando a capo scoperto sul ponte di Watterloo?
Oh, l’amor mio è tutto vezzi e trine,
ha il doppio mento e cento catenine,
rossa ha la chioma e il naso è rubicondo,
e spira dalle crinoline un tanfo immondo.
Diamine, potrebbe cantarla ancora adesso!
I commessi della pasticceria sono tutt’orecchi, pronti, — Sì, quello per favore, — biascica, sottovoce. Rischierà, sì, rischierà (parlo del pasticcino, non della canzoncina sconcia), se non altro per la nostalgia dell’antica dissolutezza.
E così William prende il suo dolce di cioccolato e ciliege e se lo porta in piazza, preoccupato.
La Regina del Sud — Arturo Pérez-Reverte 25 Feb 2009
Posted by ctbk in Pagina 69.add a comment
A quel punto Teresa si allontanò lentamente dalla porta e uscì, e mentre tornava a casa pianse per un pezzo senza riuscire a smettere. Piangeva disperata, incapace di trattenere le lacrime, senza sapere bene il motivo. Forse per il Biondo e per se stessa. Pensando agli anni che sarebbero passati.
L’aveva fatto. Solo due volte, da quando era arrivata a Melilla. E il biondo aveva ragione. Non che si fosse aspettata granché. La prima volta era stato per curiosità: voleva capire cos’avrebbe provato dopo tanto tempo, con il ricordo lontano del suo uomo e quello più recente di Gato Fierros, del suo sorriso crudele, di tutta la sua violenza, ancora ben presenti nella carne e nella memoria. Aveva scelto con una certa cura non esente da casualità, per evitare problemi e conseguenze. era una giovane recluta, un militare che la abbordò all’uscita del cinema Nacional, dove nel suo giorno libero era andata a vedere un film con Robert de Niro: una storia di guerra e di amicizia con un finale davvero strambo, in cui giocavano alla roulette russa proprio come aveva visto fare una volta al Biondo e al suo cugino: sbronzi di tequila, si erano messi a fare i cretini con il revolver finch´lei non si era messa a gridare e gli aveva tolto l’arma di mano, mandandoli a dormire che ancora ridevano, quegli ubriaconi irresponsabili e disgraziati. Il dettaglio della roulette russa la intristì, per via del ricordo; e forse per questo, all’uscita, quando il militare si avvicinò — camicia a quadretti come si portavano nel Sinaloa, alto, gentile, capelli chiari e cordi come il Biondo — accettò di bere qualcosa con lui da Anthony’s e ascoltò la banale conversazione del suo accompagnatore, finendo con lui sotto le mura della città vecchia, nuda dalla vita in giù, la schiena contro la parete e un gatto su un muretto che li guardava interessato, con occhi scintillanti alla luce della luna. Non sentì quasi niente perché era troppo attenta a osservarsi dal di fuori, a confrontare sensazioni e ricordi, come se si stesse di nuovo sdoppiando in due persone e l’altra fosse il gatto che li stava guardando, indifferente e silenzioso proprio come un’ombra. Il ragazzo chiese di rivederla e le gli rispose ma certo, tesoro, presto; ma sapeva che non l’avrebbe rivisto mai più e che se anche l’avesse incontrato da qualche parte — Melilla era una città piccola — avrebbe fatto fatica a ricordarselo o avrebbe fatto finta di non riconoscerlo. Non memorizzò neanche il suo nome.
La Leggenda degli Annegati — Carsten Jensen 24 Feb 2009
Posted by ctbk in Pagina 69.add a comment
Ma di questo non parlavamo.
Però ci piaceva soprattutto parlare di Tordenskjold, che per una notte intera sotto la costa di Ærø e di Als aveva inseguito la Vita Örn, una fregata svedese con trenta cannoni a bordo, sebbene lui sulla Løvendals Galej ne avesse solo venti. Sapevano tutto delle sue imprese a Dynekilen, Marstrand, Götebord e Strömstad, dove tanti dei suoi valorosi uomini erano morti, mentre lui se l’era sempre cavata salvando la vita, sebbene non si fosse mai risparmiato.
“Non quella volta!” dicevano per ricordare quando da solo sulla spiaggia di Torrekov in Scania fu circondato da tre dragoni svedesi e si fece largo a colpi di spada per poi attraversare la risacca a nuoto con la spada affilata in bocca.
Ricordavamo come, dopo aver combattuto con un capitano inglese per quasi un’intera giornata con una sola pausa fra mezzanotte e l’alba, alla fine fece comunicare al nemico distrutto a cannonate che adesso non aveva più polvere. E poi chiese se poteva prenderne un po’ in prestito in modo che la battaglia potesse continuare.
Il capitano inglese uscì sul ponte con un bicchiere di vino in mano e gridò sette volte “urrà” per il suo avversario danese. Anche Tordensjold tirò fuori il vino e così si gridarono “urrà” l’un l’altro.
Questo ci piaceva, e soprattutto ci piaceva l’osservazione che fece quando, con il brutto tempo, perse l’albero di trinchetto della Løvendals Galej: con il suo “Aha, va benissimo!” superò il rumore della tempesta e infuse nuovo coraggio ai suoi uomini.
Attraversammo la lingua di terra per andare verso casa. Dall’altro lato c’era quello che chiamiamo il Piccolo Mare. Più lontano potevamo vedere le navi del porto, ormeggiate ai pali neri di catrame. C’erano un paio di vecchi cutter, due jacht, una galease e la goletta a palo Johanne Karoline, che comunemente chiamavamo Impareggiabile. Distinguevamo un tipo di barca dall’altro con un’espressione adulta da conoscitori: quelle cose le avevamo imparate molto tempo prima che Isager cominciasse a farci entrare in testa con lo staffile le lettere dell’alfabeto. Facevamo il bagno anche nel porto, mentre ci incitavamo l’un l’altro a immergerci sempre più a fondo, fino alla carena delle navi coperta di alghe. Riemergevamo con le mani piene di gusci di conchiglie.
Dietro la banchina del porto sorgeva la città, il campanile quadrato e la torricella che protendeva la sua snella guglia verso il cielo come un albero senza vele e pennoni. Le campane della chiesa iniziarono in quel momento a suonare un lungo addio. Ora un corteo funebre percorreva la Kierkestræde. In cima c’erano le spargitrici che gettavano foglie sul selciato. Era la vecchia Ermine Karlsen della Snaregade, che era sopravvissuta a suo marito e ai suoi due figli. Non sapevamo se le campane un giorno avrebbero suonato anche per noi. La morte era una fatto certo, ma se fossimo annegati in mare non saremmo stati mai portati al cimitero.
Anticipazione: Il Libro del Cimitero — Neil Gaiman 23 Feb 2009
Posted by ctbk in Pagina 69.add a comment
Con questa anteprima vi proponiamo la pagina 69 tratta dall’ultimo romanzo di Neil Gaiman, una fantasmagorica e cimiteriale variazione sul tema del Libro della Giungla di Kipling.
Per Miss Lupescu il suo lavoro era più che portare il cibo a Bod. Faceva anche quello, comunque.
“Quello cos’è?” chiese Bod, schifato.
“Dell’ottimo cibo,” rispose Miss Lupescu. Stavano nella cripta. Aveva appoggiato due contenitori di plastica sopra il tavolo e aperto i coperchi. Indicò il primo: “Zuppa di barbabietola stufata.” Indicò il secondo: “Insalata. Mangiali subito. Li ho preparati per te.”
Bob la fissò per capire se stesse scherzando. Il cibo di Silas arrivava impacchettato, acquistato in quei genere di posti che vendono cibo fino a tarda notte senza fare domande. Nessuno gli aveva mai portato del cibo in contenitori di plastica con un coperchio, prima d’ora. “Puzza terribilmente,” disse.
“Se non mangi lo stufato subito,” disse lei, “sarà anche peggio. Si fredderà. Mangia.”
Bod aveva fame. Prese un cucchiaio di plastica, lo immerse nello stufato rosso-porpora e mangiò. Il cibo era viscido e strano, ma lo buttò giù.
“Ora l’insalata!” disse Miss Lupescu, togliendo il coperchio al secondo contenitore. Si trattava di cipolle crude fatte a pezzettoni, barbabietole e pomodoro, tutto condito con abbondante aceto. Bod mise in bocca un pezzo di barbabietola e cominciò a masticare. Sentiva la saliva accumularsi, e capì che se l’avesse inghiottita non sarebbe riuscito a non ributtarla fuori. “Non riesco a mangiare questa roba.”
“Ti fa bene.”
“Mi viene da vomitare.”
Il ragazzino con i capelli sporchi da topo e la donna tiratissima, senza un capello grigio fuori posto, si fissarono. Lei disse, “Mangiane ancora un boccone.”
“Non ci riesco.”
“Se non ne mangi ancora un boccone subito non ti muoverai di qui finché non l’avrai finito tutto.”
Bod raccolse un pezzo di pomodoro all’aceto, lo masticò, e lo inghiottì. Miss Lupescu richiuse i contenitori e li ripose nella borsa della spesa di plastica. “E ora, la lezione.”
La Donna delle Uova — Linda Cirino 20 Feb 2009
Posted by ctbk in Pagina 69.add a comment
“E se credi di poter andare altrove e ricominciare da capo, ti sbagli, perché dovrai sempre mostrare i tuoi documenti d’identità, che porteranno un timbro per indicare la punizione che hai subito e che devi essere ignorata e trattata come un’intoccabile per tutta la vita. Basta far l’amore con un ebreo per diventare come lui. Leggo sul tuo viso una grande confusione. Ti prego, pensaci su e ne riparleremo domani, quando avrai le idee.”
“Non ho bisogno di pensarci su. Quando hanno deciso di sentirsi autorizzati a dirmi con chi posso fare l’amore? Posso farlo con un cinese, ma non con un ebreo? Che malattia hanno, gli ebrei? Hanno paura che possa prenderla anch’io? E se approvassero qualche altro decreto che a loro piace e a me no, che dovrei fare? A loro non piace fare l’amore con gli ebrei? Ebbene, problemi loro. Io farò come mi pare e piace.”
Non ci fu ombra di esitazione, in questa decisione, anche se capivo che era una faccenda seria. Forse gli altri ebrei del mondo erano diversi da Nathanael; forse lui era un’eccezione. Forse avevano qualcosa che rappresentava un pericolo per la popolazione comune e poteva trasmettersi da una generazione all’altra per richiedere una legge così drastica. Questo non lo sapevo. Nathanael non aveva difetti evidenti, anzi aveva molte qualità accattivanti. Non potevo garantire per tutti, ma nel suo caso potevo affermare che non c’era alcuna giustificazione per una legge del genere. Che lo Stato ne facesse una per stabilire con chi si poteva andare a letto e con chi no, mi sembrava davvero inconcepibile. Non ricordavo di aver mai violato una legge nel passato. Consentire a Nathanael di restare nascosto nella stia dei polli poteva essere contro la legge, ma che avere rapporti con una particolare persona piuttosto che con un’altra fosse illegale era un concetto per me totalmente nuovo.
Ironia della sorte. Mi era passata per la mente l’idea che stando con Nathanael infrangevo i miei voti nuziali, ma non per il fatto che fosse ebreo. La mia ignoranza era tale che la sua origine per me era irrilevante. Non riuscivo a capire che influenza potesse avere sul suo carattere o su qualunque altro aspetto. Per quale motivo avessero scelto proprio gli ebrei nemmeno mi era chiaro.
Grazie a Mastrangelina per la pagina.