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Il Giovane Holden — Jerome D. Salinger 31 Mar 2009

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E poi cominciò a camminare su e giù per la stanza, a passetti piccoli piccoli, come fanno le donne, fumando una sigaretta e guardandosi nello specchio. Ed era solo, tra l’altro. A meno che non ci fosse qualcuno nel bagno — questo non riuscivo a vederlo. Poi, dalla finestra proprio sopra a quella, vidi un uomo e una donna che si sputavano l’acqua addosso. Probabilmente era liquore e non acqua, ma cosa diavolo c’era nei bicchieri non potevo vederlo. Ad ogni modo, prima lui sputava una sorsata e la sputava tutta in faccia a lei, poi lei faceva la stessa cosa a lui — facevano a turno, Dio santo! Avreste dovuto vederli. E continuavano a sbellicarsi dalle risa, come se non ci fosse niente di più comico. Senza scherzi, quell’albergo era nero di pervertiti. Io probabilmente ero l’unico bastardo normale che ci fosse là dentro — è tutto dire. Per poco non mandavo un telegramma al vecchio Stradlater, per dirgli di prendere il primo treno per New York. Sarebbe stato il re dell’albergo.

Il guaio è che certe porcate si resta lì incantati a guardarle, in un certo senso, anche uno non vuole. Quella ragazza che si faceva sputare l’acqua in faccia, per esempio, era abbastanza carina. Voglio dire che il mio grande guaio è proprio questo. Con la fantasia, probabilmente,sono il più grande maniaco sessuale che abbiate mai visto. Certe volte sono capace di immaginarmi delle vere sconcezze che non mi dispiacerebbe di fare, se appena se ne presentasse l’occasione. Posso perfino capire che ci si potrebbe divertire moltissimo, in un modo un po’ sconcio e se si fosse tutt’e due un pò brilli e via discorrendo, a prendere una ragazza e a sputarsi in faccia dell’acqua o vattelappesca. C’è però che l’idea non mi piace. Se provi ad analizzarla, puzza. Io penso che se una ragazza non vi piace veramente, non dovreste affatto spassarvela con lei, e se invece vi piace, allora è presumibile che vi piaccia anche il suo viso, e in questo caso dovreste guardarvi bene dal fargli certe sconcezze come sputarci l’acqua sopra. È un bel guaio che alle volte certe sconcezze siano proprio uno spasso.

Grazie a Eleonora per la pagina.

Il Fantasma Esce di Scena — Philip Roth 30 Mar 2009

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Dopo un silenzio di tre settimane, finalmente lui le invia un’e-mail di una riga: “Io ti amo, tesoro, ma non posso accettare quel ragazzo.” Però Jamie Logan ha fegato, ha fegato e la propria dignità, e anche se il vecchio teneva i cordoni della borsa, anche se cominciava a insinuare, in un modo non troppo velato, che se sua figlia avesse deciso di sposare un ebreo lui le avrebbe tagliato i viveri, Jamie non ha ceduto. Ha tenuto duro, e alla fine a quell’intollerabile figlio di puttana è rimasta solo un’alternativa: o ingoiare il suo malanimo e accettarmi o perdere la figlia e la sua summa cum laude. Una venticinquenne da meno, una meno coraggiosa di Jamie, meno indipendente, avrebbe capitolato. Ma Jamie non è una da meno. Jamie non è viziata e non imbroglia, non le manca il senso dell’onore e non si sognerebbe mai di accettare una cosa che non riesce a sopportare. Jamie è una da più. Mi ha detto: “Io ti amo e voglio te e non sarò schiava del suo denaro.” Praticamente gli ha detto di prendere i suoi soldi e di ficcarseli… E così alla fine è stata lei a schiacciare lui. Oh, signor Zuckerman, è stato bellissimo vedere  come si batteva. Anche se si sarebbe pensato che suo padre ci avesse già fatto il callo, quando Jamie si è messa con me. Il callo a Jamie e agli ebrei, voglio dire. Ormai il country club  li lascia entrare, gli ebrei. Ai tempi di suo nonno sarebbe stato impensabile, o anche fino a quindici anni fa, con la generazione dei suoi genitori. È tutto piuttosto nuovo. Come ammettere ebrei e neri a Kinkaid. Questo è relativamente nuovo. Le compagne di scuola di Jamie erano ragazze ebree. Può immaginare il piacere che faceva a quella testa calda. Ma erano ragazze dotate e intelligenti, e non cercavano di nascondere la loro passione per i libri tanto per rendesi simpatiche. Il fratello di una delle amiche ebree di Jamie — Nelson Speilman, che frequentava St John, l’altra prestigiosa scuola preparatoria di Huston — è stato il suo ragazzo per due anni, fino a quando è andato a Princeton l’anno prima che Jamie si dimplomasse a Kinkaid.

La Moglie dell’Uomo che Viaggiava nel Tempo — Audrey Niffenegger 27 Mar 2009

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Un giorno Helen le ha chiesto quanto era alto e Mary Christina ha risposto due metri e dieci. E’ l’unica femmina e i suoi fratelli sono più vecchi e si fanno la barba e sono tutti molto alti anche loro. Ci ignorano di proposito e mangiano un sacco di torta e Patty e Ruth soprattutto ridacchiano molto tutte le volte che si avvicinano. E’ così imbarazzante. Mary Christina apre i regali. Io le ho comprato un maglioncino verde uguale al mio azzurro di Laura Ashley che le piaceva, con il colletto all’uncinetto. Dopo cena guardiamo un video di Genitori in trappola e la famiglia Heppworth si intrattiene tenendoci d’occhio fino a quando a turno non andiamo a metterci in pigiama nel bagno del primo piano e ci stipiamo nella stanza di Mary Christina che è tutta rosa, anche la tappezzeria. L’impressione è che i suoi genitori fossero davvero contenti di avere finalmente una femmina, dopo tutti quei maschi. Abbiamo portato i nostri sacchi a pelo ma li ammucchiamo contro un muro e ci sediamo sul letto e sul pavimento. Nancy ha una bottiglia di Peppermint Schnapps e tutte ne beviamo un po’. Ha un sapore tremendo, e nello stomaco fa l’effetto del Vicks VapoRub. Giochiamo al gioco delle domande con le penitenze. Ruth sfida Wendy a correre lungo il corridoio senza la maglietta. Wendy chiede a Francie che misura di reggiseno porta Lexi, la sorella di diciassette anni (risposta: quarta, coppa C), Francie chiede a Gayle cosa stava facendo con Michael Plattner in gelateria, sabato scorso (risposta: mangiavo il gelato. Be’, fantastico). Dopo un po’ ci stufiamo soprattutto perché è difficile pensare a domande davvero eccitanti e perché sappiamo più o meno delle altre tutto quello che c’è da sapere, visto che andiamo a scuola insieme fin dalla materna. Mary Christina dice: “Giochiamo con l’Oui-ja” e siamo tutte d’accordo perché è la sua festa e perché è divertente. Lei si alza e va a prendere il gioco dall’armadio. La scatola è tutta malconcia, e la tavoletta con le lettere è mezza rotta. Un giorno Henry mi ha raccontato di essere stato a una seduta durante la quale la medium ha avuto un attacco di appendicite e hanno dovuto chiamare l’ambulanza. La tavola della Oui-ja può accogliere soltanto due persone alla volta, quindi Mary Christina ed Helen cominciano per prime. La regola è che devi chiedere quello che vuoi sapere a voce alta, altrimenti non funziona.

Grazie a Franca per la pagina.

Faccia di Sale — Eraldo Baldini 26 Mar 2009

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Ieri sono successe due cose, una bella e una brutta. La brutta, che mi ha provocato uno spavento tale che pensavo che sarei morto, è che di primo mattino, mentre me ne stavo intirizzito sepolto sotto la coperta e la paglia (che ormai è talmente umida che non serve più a niente), ho sentito i passi di qualcuno. Li ho sentiti vicini, già dentro la canonica, e non ho potuto fare altro che recitare una preghiera e sentire che il respiro mi si fermava: il tempo e il modo di scappare non c’erano più.
Era l’ometto, quello che la zi’Pachina definisce fidatissimo; quando l’ho visto entrare, tutta l’aria che avevo trattenuto mi è uscita dai polmoni, così che l’ho accolto con un soffio sibilante che l’ha lasciato immobile e perplesso. Poi – ed era la prima volta che sentivo la sua voce: è così piccolo, lui, ma ha una vocione da gigante – mi ha detto che in Città stavano preparando una squadra di armati per fare una battuta qui in giro, chiesa compresa, perché questa storia del fantasma ha impaurito tutti, e i Maggiorenti e il Vescovo devono perlomeno far vedere che una controllata la danno.

Grazie a Mastrangelina per la pagina.

I Sessanta Nomi dell’Amore — Tahar Lamri 25 Mar 2009

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L’Henné.

Era già buio quando Fatma ritornò dall’hammam, contenta di questa sua giornata tanto diversa dal solito. Una leggera esitazione nella sua andatura denotava una repressa preoccupazione.

Non appena aprì la porta di casa, fu accolta da uno schiaffo violento che la atterrò sulla soglia, facendole sanguinare il naso. Il suo sforzo di rialzarsi fu subito interrotto da un pugno sulla testa. Fatma chiuse gli occhi e si coprì il volto con le mani, con traendo il corpo e portando le ginocchia sotto il mento. Un calcio nel sedere le fece battere violentemente i denti. Poi all’improvviso si sentì trascinata per i capelli, dentro casa. A metà strada, con i piedi ancora sulla soglia, Ahmed, suo marito, come se avesse sentito il dolore di Fatma, lasciò i capelli e si chinò su di lei afferrandola da sotto le ascelle. Una lacrima cadde sul viso di Fatma. Aprì gli occhi: suo marito piangeva.

Paralizzata da quelle lacrime, il suo timore si perdette nel dolore, si abbandonò completamente al marito che finì per trascinarla completamente dentro casa, chiudendo la porta a chiave. Ahmed, un uomo di carattere generalmente mite e dai tratti del viso molto accentuati, picchiava sua moglie con esitazione, come se avesse paura di farle male. Fatma, pur urlando di dolore, non riusciva a piangere. Si sentì bussare alla porta. I colpi erano sommersi da un grande vocio. I vicini. I loro tre figli, due maschi e una femmina, singhiozzavano: “Mamma…Mamma…”

Grazie a Franca per la pagina.

Causa di Forza Maggiore — Amélie Nothomb 24 Mar 2009

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“Non avrei mai creduto che dei genitori svedesi avrebbero chiamato la figlia Julie.”

All’interno del mio cervello una voce gridò:

“Lo vedi, non sei cambiato dall’età di nove anni, non sei ancora capace di nasconderli i tuoi segreti! C’era proprio di che esserne orgoglioso!” Questo non mi impedì di cavarmela alla velocità della luce:

“Niente di strano, i miei genitori erano francofili.”

“Ma lei, invece, l’hanno chiamata Olaf.”

“Erano anche patriottici. Vado a riscaldare il piatto di ieri sera. Vedrà, è molto meglio il giorno dopo.”

In attesa che l’acqua della pasta bollisse, girai la fricassea in cui la salsa si scioglieva lentamente. Biscuit, che aveva finito la sua cena, aveva disertato i luoghi. Sigrid apparecchiò in cucina. Io servii in tavola.

“Non trova che la carne sia più morbida, più impregnata del gusto dei funghi?”

“Sì – disse lei con un entusiasmo educato.”

Mi infastidì. Non riuscii a trattenermi.

“Perché tante donne credono che sia seducente mangiare poco?”

“Perché tanti uomini credono che lo scopo delle donne sia sedurli?”

Me l’ero proprio cercata. Risi di gusto.

“Non si senta obbligata. Finirò io il suo piatto se la cosa non la scandalizza.”

“Chi le dice che avanzerà qualcosa?”

“Un’intuizione.”

Infatti, ne avanzò parecchio. Mi tese il suo piatto che terminai senza complimenti.

Grazie a Eleonora per la pagina.