jump to navigation

Lo Hobbit — John R.R. Tolkien 30 Apr 2009

Posted by ctbk in Pagina 69.
add a comment

“Un desiderio che probabilmente sarà soddisfatto abbastanza presto, sulle montagne!” disse Elrond. “Ma adesso mostratemi la vostra mappa!”.

La prese e la fissò a lungo, e scosse la testa; poiché se non approvava interamente i nani e il loro amore per l’oro, odiava i draghi e la loro crudele malvagità, e lo rattristava ricordare la rovina della città di Dale e le sue allegre campane, e le rive bruciate del luminoso Fiume Fluente. La luna brillava in una larga falce d’argento. Egli sollevò la mappa e la luce bianca splendette attraverso di essa. “Che cos’è questo?” disse. “Ci sono delle lettere lunari, qui, accanto alle rune visibili, che dicono ‘la porta è alta un metro e mezzo e ci si può passare in tre per volta’ ”.

“Cosa sono le lettere lunari?” chiese lo hobbit, pieno d’eccitazione. Amava le mappe, come vi ho già detto; e amava anche le rune e le lettere dell’alfabeto e la bella calligrafia, anche se quando scriveva faceva delle sottilissime zampe di gallina.

“Le lettere lunari sono rune, ma non le si può vedere,” disse Elrond “non quando le si guarda direttamente. Si può vederle soltanto quando la luna brilla dietro di esse, ma ciò che conta di più, anzi il punto fondamentale, è che la luna deve trovarsi nella stessa fase e nella stessa stagione di quando le lettere furono scritte. Furono i nani a inventarle e le scrissero con penne d’argento, come potrebbero dirti i tuoi amici. Devono essere state scritte in una notte di Ferragosto, quand’era luna crescente, molto tempo fa”.

“Che cosa dicono?” chiesero contemporaneamente Gandalf e Thorin, forse un po’ scossi dal fatto che qualcun altro, sia pure Elrond, avesse dovuto scoprirle per primo, benché veramente non ce ne fosse stata la possibilità prima d’allora, e non ce ne sarebbe stata più un’altra per chissà quanto tempo.

“ ‘Sta vicino alla pietra grigia quando picchia il tordo” lesse Elrond “e l’ultima luce del sole che tramonta nel giorno di Durin splenderà sul buco della serratura’ ”.

“Durin, Durin!” disse Thorin. “Era il padre dei padri della più antica razza di nani, i Lunghebarbe, e mio capostipite: io ne sono l’erede”.

Mondo Senza Fine — Ken Follett 29 Apr 2009

Posted by ctbk in Pagina 69.
add a comment

Deglutì. “Non posso andare a Oxford. Zio Anthony non è disposto a pagare per me, e neppure madre Cecilia.”

Lei non esplose immediatamente, con grande sollievo di Godwin. Tuttavia, serrò la bocca in una smorfia di disappunto. “Ma perché?”

“Lui non ha i soldi, e lei preferisce mandarci Saul.”

“Saul Testabianca? Non combinerà mai nulla.”

“Be’, però diventerà medico.”

Petranilla lo fissò negli occhi e Godwin si fece piccolo piccolo. “Secondo me hai gestito male la questione” affermò lei. “Avresti dovuto discuterne prima con me.”

Godwin aveva temuto che lei prendesse quella posizione. “Come poi dire che l’ho gestita male?” protestò.

“Dovevi lasciare che ne parlassi prima io con Anthony. L’avrei ammorbidito.”

“Avrebbe risposto di no comunque.”

“E prima di rivolgerti a Cecilia avresti fatto meglio a scoprire se qualcun altro le aveva avanzato la stessa richiesta. Così avresti potuto far desistere Saul prima di parlarle.”

“In che modo?”

“Ha di sicuro qualche debolezza. Una volta scoperta, avresti fatto in modo di portarla all’attenzione di Cecilia. Poi, approfittando della sua delusione, le avresti presentato la tua proposta.”

Godwin si accorse che il ragionamento filava. “Non ci avevo pensato” ammise, chinando la testa.

Controllando la rabbia, lei aggiunse: “Bisogna prepararle queste cose, come un conte prepara le battaglie.”

“Ora capisco.” Evitò di guardarla negli occhi. “Non ripeterò più lo stesso errore.”

“Lo spero.”

“Che cosa faccio, adesso?”

“Io non ho intenzione di rinunciare.” Il viso di Petranilla assunse la consueta espressione determinata. “Lo procurerò io il denaro.”

Godwin sentì crescere in sé la speranza, pur non capendo come la madre avrebbe potuto mantenere quella promessa. “Dove lo prenderai?”

Gli Uomini Vengono da Marte, le Donne da Venere — John Gray 28 Apr 2009

Posted by ctbk in Pagina 69.
add a comment

Un giorno, tuttavia, le capitò di dirgli che era felice di stare con lui. Anche se erano poveri, non lo avrebbe cambiato con nessun altro. Il giorno dopo lui e chiese di sposarlo. Il suo compagno aveva avuto bisogno di sentirsi accettato e incoraggiato a credere di essere all’altezza prima di poter vivere appieno i propri sentimenti.

ANCHE I MARZIANI HANNO BISOGNO DI AMORE

Proprio come le donne sono inclini a sentirsi rifiutate quando non ottengono l’attenzione di cui hanno bisogno, gli uomini tendono a pensare di avere fallito quando una donna glia parla dei propri problemi. Ecco perché a volte gli risulta così difficile ascoltare. Un uomo aspira a essere l’eroe della sua compagna. Quando lei è delusa o infelice per qualche motivo, lui si sente un fallito. L’infelicità della donna rafforza la sua più profonda paura: non essere all’altezza . Oggi giorno molte donne non capiscono la grande vulnerabilità degli uomini e il loro profondo bisogno d’amore. L’amore li aiuta a rendersi conto che sono perfettamente in grado di soddisfare gli altri.

Un ragazzo così fortunato da avere un padre in grado di soddisfare le necessità della compagna affronterà i suoi rapporti di adulto con la preziosa sicurezza di poter fare altrettanto. L’impegno non lo terrorizza perché sa comunicare. Non si condanna: è consapevole di non essere perfetto e di fare sempre del suo meglio. Sa scusarsi dei propri errori perché si aspetta perdono, amore e apprezzamento in quanto fa del suo meglio.

Sa inoltre che tutti commettono errori. Ha visto suo padre commetterne e tuttavia mantenere la stima in se stesso. Ha visto sua madre amare e perdonare suo padre a dispetto delle sue manchevolezze. Ha percepito la fiducia e l’incoraggiamento di lei, anche nei momenti in cui suo padre la deludeva.

Ristorante al Termine dell’Universo — Douglas Adams 27 Apr 2009

Posted by ctbk in Pagina 69.
add a comment

Il Ristorante al Termine dell’Universo rappresenta una delle speculazioni più azzardate di tutta la casistica degli esercizi ristorativi. È stato costruito sui resti di … o meglio, a quest’ora sarà stato costruito ormai… oppure… forse… e in effetti lo è stato…

Tra i maggiori problemi che si incontrano durante i viaggi nel tempo non c’è quello di potere diventare padri o madri di sé stessi. Infatti diventare padri o madri di sé stessi è un inconveniente al quale una famiglia di idee larghe e ben adattata alla società è perfettamente in grado di far fronte. Nemmeno cambiare il corso della storia rappresenta un problema: il corso della storia in realtà non cambia, perché in essa i vari pezzi si incastrano a dovere, come in un rompicapo. I cambiamenti importanti sono successi prima delle cose che avrebbero dovuto cambiare, e alla fine tutto si risolve nel migliore dei modi.

Il problema fondamentale del viaggio nel tempo è, molto semplicemente un problema di grammatica, e l’opera principale da consultare a questo riguardo è il Manuale dei milleuno tempi grammaticali utili al viaggiatore del tempo, del dottor Dan Streetmentioner. Leggendo questo libro si impara per esempio a descrivere un avvenimento che stava per accaderci in passato, prima che riuscissimo a evitarlo saltando avanti nel tempo di due giorni. ‘evento si può descrivere in modo diverso a seconda che se ne parli dal punto di vista del tempo in cui si trova oppure di un altro tempo (passato o futuro), ed è ancora più difficile da descrivere se uno sta conversando durante il viaggio che lo porterà a diventare padre o madre di sé stesso.

La maggior parte dei lettori riescono ad arrivare fino all’aoristo plagale – il passato indeterminato armonico – del congiuntivo futuro intenzionale invertito in condizionale multiplo imperativo, poi gettano la spugna: e in effetti nelle ultime edizioni del libro le pagine successive a questo punto sono state lasciate bianche per risparmiare sui costi di stampa.

La Guida Galattica per gli Autostoppisti evita accuratamente le disquisizioni accademiche e si limita ad osservare che il termine “futuro anteriore” è stato abbandonato da quando si è scoperto che indica qualcosa che non esiste … come dire: fummo testimoni di un luminoso futuro.

Riassumendo, e ripetendo dunque, il Ristorante al Termine dell’Universo rappresenta una delle speculazioni più azzardate di tutta la casistica degli esercizi ristorativi. È stato costruito sui resti frammentari di un pianeta in rovina che è-sarebbe fu-sia sarà-era racchiuso in una vasta bolla temporale e proiettato avanti nel tempo fino all’istante preciso della Fine dell’Universo.

Grazie a Ricklan per la pagina

Neuromante — William Gibson 24 Apr 2009

Posted by ctbk in Pagina 69.
add a comment

Si sentiva le ossa e i muscoli freddi e sconnessi. Non era riuscito a dormire. L’attico lo nauseava. Lupus se n’era andato, e anche Armitage, e Molly era sotto i ferri, chissà dove. Una vibrazione sotto i suoi piedi segnò il sibilante passaggio di un treno. In distanza il fischio echeggiò con un pronunciato effetto Doppler.

Case svoltò gli angoli a casaccio, col bavero alzato, ingobbito in una nuova giacca di cuoio, facendo schizzare la prima d’una serie di Yeheyuan nel rigagnolo e accendendone un’altra. Cercò d’immaginare le sacche di tossine di Armitage che si dissolvevano nel suo flusso sanguigno, membrane microscopiche che si assottigliavano mentre camminava. Tutto questo gli pareva irreale. Come non gli erano parse reali la paura e l’angoscia che aveva visto attraversi gli occhi di Molly nell’atrio della Senso/Rete. Scoprì che stava cercando di ricordare i volti delle tre persone che aveva ucciso a Chiba. Gli uomini erano senza lineamenti, uguali a niente; la donna gli ricordava Linda Lee. Un furgone a triciclo tutto ammaccato con i finestrini a specchio gli passò accanto, sobbalzando. Cilindri di plastica vuoti sbattevano dentro il suo cassone.

“Case?”

Si buttò di lato con un guizzo, mettendo istintivamente una parete dietro di sé.

“Messaggio per te, Case.” Sulla tuta di Lupus Yonderboy ruotavano tutti i colori primari, puri. “Scusami. Davvero non volevo spaventarti.”

Case si raddrizzò, con le mani nelle tasche della giacca. Sovrastava di tutta una testa il Moderno. “Dovresti andarci cauto, Yonderboy.”

“Questo è il messaggio. Invernomuto.” Lo compitò.

“Da te?” disse Yonderboy. “Per te.”

“Da chi?”

“Invernomuto” ripeté Yonderboy, annuendo, facendo ballonzolare la sua cresta di capelli rosa. La tuta divenne nero opaca, un’ombra di carbone contro il vecchio cemento. Eseguì una piccola, strana danza, facendo roteare le nere braccia sottili, e poi scomparve. No. Era là. Il cappuccio alzato per nascondere il rosa, la tuta dell’esatta sfumatura grigia, chiazzata e macchiata come il marciapiede sul quale si trovata. Gli occhi ammiccarono in risposta al bagliore rosso di un riflettore. E poi scomparve davvero.

Grazie a Klytia per la pagina.

Febbre a 90º — Nick Hornby 23 Apr 2009

Posted by ctbk in Pagina 69.
add a comment

Questione di vita a di morte
Cristal Palace – Liverpool
ottobre 1972

Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte della mia conoscenza dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive, e il fenomeno degli hooligan mi ha fornito sia un certo gusto per la sociologia che un certo grado di esperienza sul campo. Ho appreso il valore di investire tempo ed emozioni in cose che non sono io a controllare, e di appartenere a una comunità della quale condivido le aspirazioni in maniera totale e acritica. E la prima volta che andai allo stadio di Selhurst Park con il mio amico Rospo vidi un morto, il mio primo e ancora uno morto, e imparai qualcosa, be’, sulla vita.

Stavamo camminando verso la stazione dopo la partita quando vedemmo un uomo disteso per terra, in parte coperto con un impermeabile, con al collo la sciapa blu e amaranto del Palace. Un uomo più giovane era piegato su di lui, e Rospo ed io attraversammo la strada per andare a dare un’occhiata.

“Tutto a posto?” chiese Rospo.

L’uomo scosse la stesa. “No. È morto. Stavo camminando proprio dietro di lui quando è crollato a terra.”

Ce l’aveva tutta, l’aria di essere morto. Era pallido, e ci sembrava immobile fino all’inverosimile. Eravamo elettrizzati.

Rospo fiutò una storia che avrebbe interessato non solo quelli della nostra classe, ma anche alcuni dei più grandi. “Chi è che l’ha fatto fuori? Quelli del Liverpool?”

A questo punto l’uomo perse la pazienza. “No. Ha avuto un collasso, imbecilli. E adesso fuori dalle palle.”

Ce ne andammo, e la cosa si chiuse lì. Ma da allora non si è mai allontanata tanto, la mia sola e unica immagine della morte, ed è un’immagine che insegna. La sciarpa del Palace, un particolare banale e familiare, il momento (dopo la partita, ma a metà della stagione); lo sconosciuto dall’aria afflitta ma sostanzialmente distaccata. E soprattutto quei due idioti di ragazzini che contemplano con aria inebetita la piccola tragedia, affascinati e persino divertiti.

A me preoccupa la prospettiva di morire così, a metà stagione, ma è chiaro che con tutta probabilità morirò in un qualche momento tra agosto e maggio. Abbiamo la speranza ingenua di andarcene senza lasciare niente di inconcluso: avremo fatto pace con i nostri figli, li lasceremo felici e sistemati, e avremo realizzato più o meno tutto quello che volevamo dalla vita. Chiaramente sono tutte sciocchezze, e i tifosi di calcio che meditano sulla loro mortalità sanno che sono tutte sciocchezze. Ci saranno mille cose inconcluse.