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Infinita Notte — Alessandro Zaccuri 29 mag 2009

Posted by ctbk in Pagina 69.
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Da vedere senza l’audio, tutto il contrario del Trattamento Lodovico. I veri artisti sono loro, i fratelli del parkour, mica la rifattona bionda.

È un guaio che alla Stazione vecchia gli sfigati gli abbiano dato fastidio. Era il posto adatto per esercitarsi. Adesso gironzola un po’ spaesato, in piazza Colombo si è fatto vedere fin troppo, va a filo del lungomare, in cerca di uno spiazzo di cemento come si deve. Un nuovo spot da skeitare, come si dice nella confraternita. Ma non deve spomparsi. Non deve arrivare troppo stanco al suo momento.

L’attesa è un’arte, mai dimenticarlo.

Grazie a Eleonora per la pagina.

La Veglia Inutile — Nadeen Aslam 28 mag 2009

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Di ogni libro particolarmente amato c’è più di una copia — alcune piccole e con il testo compresso in un numero di pagine forse troppo esiguo, altre invece in cui le pagine e la stampa sono generosamente proporzionate. Sulle prime Lara non aveva capito, ma ora sì. Talvolta si ha bisogno di godere di un libro amato solo per la storia che racconta, e le edizioni più piccole facilitano questo piacere perché l’occhio si muove rapidamente sulla pagina dai caratteri fitti. Altre volte invece si desidera assaporare la prosa — il ritmo dei periodi, la precisione con cui una parola è incastonata in una  frase —  e in questo caso i caratteri più grandi aiutano a rallentare la lettura, a fermarsi ad ogni singola virgola. A godersi il paesaggio.

Quando il letto è sgombro, Lara lo ringrazia, David risponde con uno sguardo e lei lo vede sparire lungo un corridoio buio, verso la lontana parete dipinta, illuminata dal chiaro di  luna che entra dalla finestra, verso le infinite sfumature di rosa e di rosso. Le suole delle sue scarpe sono consumate come  la punta di una gomma per cancellare arrotondata dall’uso. Come se camminasse in tondo per correggere i propri errori.

Nelle prime ore e nei primi giorni febbricitanti,  alla mente di Lara si presentavano fugaci immagini delle cose in cui si era imbattuta in questa casa. Miraggi nel deserto. Fenomeni che non era sicura di aver visto. Allora si staccava dalle lenzuola e scendeva le scale buie solo per  controllare.  In cucina i bastoncini di cannella erano davvero conservati in una custodia di plastica che un tempo conteneva una videocassetta Marcus doveva aver fatto cadere accidentalmente  il vasetto in cui era conservata la spezia e poi l’aveva riposta nel primo oggetto che gli era capitato a tiro. È il 1573, legge  nel riassunto stampato sulla custodia, e il Giappone è lacerato da una sanguinosa guerra  intestina.

Sentendo dei rumori durante la notte  Lara esce e trova David seduto al tavolo della cucina.
Si gira per andarsene, pensando che voglia star solo. Lui le dà le spalle, ma al suo avvicinarsi la luce della stanza è aumentata, riflessa dagli abiti bianchi illuminati dalla candela, un bagliore che guizza sulle pereti. E David si volta.

“Scusa, pensavo fosse Marcus” dice Lara.

“No, sono io.”

Grazie a Cecilia per la pagina.

Indiana — Mariella Gramaglia 27 mag 2009

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NEGLI SLUM

Spesso l’opinione pubblica delle nostre latitudini si stupisce quando gli abitanti degli slum dei paesi più poveri si rifiutano di essere trasferiti in grandi casermoni di ringhiera in cemento, dove magari i gabinetti sono più frequenti e dignitosi, e raccogliere l’acqua per i bisogni della famiglia non è un lavoro che impegni le donne per ore e ore. Anch’io, prima di conoscere l’India più da vicino, ho partecipato di questo stupore.

E tuttavia, se esistesse un movimento di architetti e urbanisti “senza frontiere”, capace di influenzare la cultura corrente tanto quanto i medici senza frontiere, forse ci sorprenderemmo di meno. Quando non è degradato fino all’abiezione, quando non è un insieme raccogliticcio di tende e rifugi di metallo ondulato, lo slum non è uno spazio seriale come i cubi di cemento dell’edilizia contemporanea per i poveri. Al contrario, è a suo modo uno spazio pubblico. E lo spazio pubblico è un bene prezioso e raro nell’India moderna: la piazza urbana non esiste, il traffico ingloba nella sua furia anarchica i millenni. Cammelli e Toyota, biciclette e jeep non lasciano agli incontri fra gli umani nemmeno un metro quadrato sicuro. Gli unici recinti protetti sono consacrati alla devozione religiosa e al consumo: gli ampi complessi dei templi e gli shopping malls.

Grazie a Eleonora per la pagina.

Le Benevole — Jonathan Littell 26 mag 2009

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“Apri!—latrai—Apri la bocca!” Il cuore mi batteva all’impazzata, mi pareva di gridare mentre mi sforzavo di mantenere la voce bassa. “Apri!” Gli spinsi la canna fra i denti. “E’ questo che vuoi? Succhia!”

Hans P., terrorizzato, si afflosciò, improvvisamente sentii un acre odore di urina, abbassai lo sguardo: si era bagnato i calzoni. La rabbia mi sbollì di colpo, misteriosamente come si era scatenata. Gli rimisi la pistola nella cintura e gli diedi un buffetto sulla guancia. “Andrà tutto bene. Tornatene a casa”.

Lo lasciai lì, attraversai il ponte e presi a destra lungo il canale. Dopo pochi metri sbucarono dal nulla tre Schupo. “Ehi tu! Che ci fai qui? Documenti!”

“Sono uno studente. Faccio due passi”

“Sì, lo conosciamo questo tipo di passeggiate. E lui, sul ponte? E’ la tua ragazza?” Scrollai le spalle: “Non lo conosco. Aveva un’aria strana, ha tentato di minacciarmi”. Si scambiarono un’occhiata e due di loro si diressero di corsa verso il ponte; tentai di allontanarmi, ma il terzo mi prese per un braccio. Sul ponte ci fu un trambusto, grida, poi degli spari. I due Schupo tornarono indietro, uno di loro, livido, si teneva una spalla, fra le dita gli colava del sangue. “Ah, che bastardo. Mi ha sparato. Ma lo abbiamo fatto secco”. Il suo collega mi guardò storto: “Tu vieni con noi”.

Mi portarono al Polizeirevier della Derfflingerstrasse, all’angolo della Kurfurstenstrasse; un poliziotto mezzo addormentato mi prese i documenti, mi fece qualche domanda e scrisse le risposte su un modulo; poi mi mandarono a sedere su una panca. Due ore dopo di accompagnarono di fronte, all’Abschnittskommando del Tiergarten, il commissariato centrale del quartiere. Mi fecero entrare in una stanza dove un uomo mal rasato, ma con un abito meticolosamente stirato, stava curvo dietro a un tavolo. Era della Kripo. “Lei è in un bel casino, giovanotto. Un uomo ha sparato a un agente di polizia ed è stato ucciso. Chi era? Lo conosceva? L’hanno vista sul ponte, con lui. Che ci faceva lei?” Sulla panca avevo avuto il tempo di riflettere, e mi attenni a una versione semplice: studente di dottorato, mi piaceva passeggiare, di notte, per meditare sulla mia tesi: ero uscito di casa, al Prenzlauer Berg, a fare due passi sull’Unter den Linden, poi avevo tagliato per il Tiergarten, volevo raggiungere la S-Bahn per tornare a casa; attraversavo il ponte e quell’uomo di aveva avvicinato, diceva qualcosa che non ero riuscito ad afferrare, la sua aria strana mi aveva messo paura.

Grazie a Monica per la pagina.

La Signora delle Camelie — Alexandre Dumas Figlio 25 mag 2009

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“Perché è protetta da un vecchio duca, molto geloso.”

“Protetta? Grazioso!”

“Protetta sì”, ripeté Prudenza. “Povero vecchio! Sarebbe troppo in imbarazzo a far la parte dell’amante.”

E qui Prudenza mi raccontò come il duca e Margherita s’erano conosciuti a Bagnères.

“Per questo allora”, continuai “è sola a teatro?”

“Appunto.”

“E chi l’accompagnerà a casa?”

“Lui.”

“Verrà dunque a prenderla?”

“Tra poco.”

“E voi, chi vi accompagnerà?”

“Nessuno.”

“Mi offro io.”

“Se voi siete con un amico, mi pare!…”

“Ebbene, ci offriamo in due.”

“Ma che amico è?”

“È un ragazzo tutto brio e sarà felicissimo di conoscervi.”

“D’accordo allora; partiremo tutti insieme, finita questa prima commedia: l’altra l’ho già vista.”

“Benissimo, scendo ad avvertire il mio amico.”

“Andate pure.”

“Ah!” mi raggiunse Prudenza mentre stavo per uscire “ecco il duca: entra nel palco di Margherita.”

Guardai.

Un uomo d’una settantina d’anni si era infatti seduto dietro la giovane donna, offrendole un sacchetto di dolci, che ella subito esplorò sorridendo, e poi lo sporgeva sul davanzale del palco con un segno verso Prudenza come a dirle: “Ne volete?”
Prudenza accennò di no, e Margherita, ritirato il cartoccio, si rivolse a parlare col duca.

Raccontare simili minuzie può sembrar puerile, ma ogni particolare intorno a quella fanciulla è così vivo in me che io non posso fare a meno di ricordarlo oggi.

Discesi da Gastone a proporgli la nostra combinazione.

Grazie a Eleonora per la pagina.

Norwegian Woods. Tokio Blues — Haruki Murakami 22 mag 2009

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“Dì un po’, come mai oggi a lezione, quando hanno fatto l’appello non hai risposto? Watanabe sei tu, no? Toru Watanabe.”

“Sono io.”

“Allora perché non hai risposto?”

“Oggi non avevo molta voglia di rispondere.”

Lei si sfilò di nuovo gli occhiali, li posò sul tavolo e mi guardò come se stesse spiando un raro animale nella gabbia di uno zoo.

“‘Oggi non avevo molta voglia di rispondere’, ripeté lei. “Sai che tu hai un modo di parlare un pò alla Humphrey Bogart. Cool and tough.”

“Sei fuori strada. Io sono una persona molto comune. Come ce ne sono dappertutto.”

La signora mi portò il caffè. Cominciai a sorseggiarlo senza aggiungere né zucchero né latte.

“Visto? Non hai neanche messo zucchero e latte.”

“Guarda che è solo perché non mi piace dolce,” spiegai con pazienza. “Temo che tu stia cadendo in un equivoco.”

“Come mai sei così abbronzato?”

“Ho fatto un viaggio di due settimane girando a piedi. Sono andato di qua e di là, con zaino e sacco a pelo. Ecco com’è che sono abbronzato.”

“Dove sei stato?”

“Ho fatto tutto un giro da Kanazawa alla penisola di Noto, e sono arrivato fino a Niigata.”

“Da solo?”

“Da solo,” dissi. “Anche se qui e là ho conosciuto un po’ di gente.”

“Magari qualche avventura? Una ragazza incontrata per caso in una delle tue tappe?”

“Avventure?” feci io stupito. “Te lo ripeto, ti devi essere fatta un’idea sbagliata di me. A uno che va in giro col sacco a pelo e la barba lunga, che avventure gli possono capitare?”

“Viaggi sempre così da solo?”

“In genere sì.”

“Ti piace la solitudine?” chiese lei, appoggiando il mento sulla mano.

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