Indiana — Mariella Gramaglia 27 mag 2009
Posted by ctbk in Pagina 69.trackback
Spesso l’opinione pubblica delle nostre latitudini si stupisce quando gli abitanti degli slum dei paesi più poveri si rifiutano di essere trasferiti in grandi casermoni di ringhiera in cemento, dove magari i gabinetti sono più frequenti e dignitosi, e raccogliere l’acqua per i bisogni della famiglia non è un lavoro che impegni le donne per ore e ore. Anch’io, prima di conoscere l’India più da vicino, ho partecipato di questo stupore.
E tuttavia, se esistesse un movimento di architetti e urbanisti “senza frontiere”, capace di influenzare la cultura corrente tanto quanto i medici senza frontiere, forse ci sorprenderemmo di meno. Quando non è degradato fino all’abiezione, quando non è un insieme raccogliticcio di tende e rifugi di metallo ondulato, lo slum non è uno spazio seriale come i cubi di cemento dell’edilizia contemporanea per i poveri. Al contrario, è a suo modo uno spazio pubblico. E lo spazio pubblico è un bene prezioso e raro nell’India moderna: la piazza urbana non esiste, il traffico ingloba nella sua furia anarchica i millenni. Cammelli e Toyota, biciclette e jeep non lasciano agli incontri fra gli umani nemmeno un metro quadrato sicuro. Gli unici recinti protetti sono consacrati alla devozione religiosa e al consumo: gli ampi complessi dei templi e gli shopping malls.
Grazie a Eleonora per la pagina.
Commenti»
No comments yet — be the first.